IL FUOCO DI PRIMAVERA:

il significato di un simbolo che ha il valore di una lezione di ecologia.

 

Probabilmente se lo saranno chiesto in molti, il perché di quei botti notturni in quei  primi giorni di marzo. L'eco è arrivato fino in città dove, i cittadini sono impegnati nella lotta contro l'inquinamento invernale. E dire  che, "a marso ogni mato và descalso", come ripete un'antica tradizione che voleva si andasse  già senza "sgalmare o sopei pai i campi in questo periodo." L'eco è quello antico e sempre più raro dei "mascoi"  che annunciano l'incipiente arrivo della primavera: il peggio è ormai passato, cosicché botti, fuochi e carburo, sono gli elementi di una delle notti "silvane" più originali dove,  sapori, colori e i suoni della campagna, fanno parte di una tradizione più che storica, preistorica. Non  basta  ricordare però l'importanza di tutto ciò, per evitarne l'estinzione di questa pratica contadina, al punto che i veci ormai  tramandano unicamente il ricordo; mentre  i più giovani restano ignari che quei suoni  sono una forma di archeologia agricola da manuale. In realtà, la tradizione è radicata in tutto il Veneto, come in altre località italiane: "Ea ze la note dei mascoi e dei bujei, - come afferma Toni Rosara, 73 anni di Sossano (Vi) -, che da nà vita brusa marso!" Saria ancora bon a fare i mascoi come sti ani, soeo che ancò asso che sia quei pì zovani che gà da imparare e dovarà mategnere  sta tradision!" Siamo nel vicentino a pochi chilometri dagli Eugane: il bosco è alle nostre spalle, la luce del grande "bujeo" è quella che arde e brucia le sterpaglie, dette anche "strose". Molti i volti segnati dal tempo, qualche bambino tenuto a distanza che si diverte, molto più ingenuamente, coi rimasugli dei petardi di S. Silvestro. Le donne si tappano le orecchie non senza qualche grido, dopo il forte botto che lascia nell'aria l'odore del carburo.  Molti del paese sono lì per osservare e curiosare: si mangia il "formajo pinciòn", si bere la grappa dei frati de S. Pangrazio, "fasendo attension a non carburarse massa!".

 

La regia dello spettacolo è  quanto mai naturale, sebbene l'impressione sia di una ritualità che sfugge anche agli stessi protagonisti della serata, ovvero: quei fuochisti di tradizione come Attilio, Fiorenzo, Gianni. Loro fanno eco ad altri botti che irrompono nella notte di marzo provenienti dagli Monti Euganei. Franco Caron, classe 40 di Montegaldella, è un agricoltore di pianura che ascoltando l'eco dei botti, dice: " Pensare che anca sinque ani fa i mascoi i fasevimo anca noialtri…ancò i me fioi  gà in mente ea discoteca, le machine, altro che brusar marso!" In pianura, infatti, la tradizione che incarna il ricordo del capodanno agricolo, quando cioè l'oscurità dell'inverno, lascia spazio alla speranza mostrata dalla germinazione della semina nei campi, è solo ed unicamente custodito nella memoria degli ultimi "veci". Gli stessi che ricordano quando andavano a prendere i "bussoeotti dea conserva dal "casoin, dove se comprava anca el carburo con quattro schei", e  si bagnava con l'acqua per poi coprirlo coi barattoli riempiti di paglia, finché la pressione del gas non sprigionava nel boato che veniva salutato da una ridda di voci. "Aeora ,- ricorda Toni Rosara- el primo de marso gera festa par tuti!" Una festa non scritta  cui non si poteva mancare. Era il richiamo della terra , a cui l'uomo rispondeva con il fragore dei "mascoi" che, spesso assumeva la forma fragorosa di una competizione tra paesi o contrade. Questo accade ancor oggi tra Sossano e Barbarano sui Monti Berici : "Soeo che quei de Barbaran - ci dice la signora Isola, 55 anni di Sossano- i zè pì forti! Qua noialtri, usemo i saccheti de carta dee semenze al posto dei bomboeoni che usa lori!" Lo scenario assomiglia  a quello  di  galeone spagnolo, dove le voci e i volti illuminati dalle torce hanno un fascino antico: "Dai con l'acqua, metti el carburo, dai che l'vien. Pronti, uno, due.. e botti a volontà!" Le voci della notte di marzo si sentono fino a Este, spiegano orgogliosi i giovani. Il piacere e il rischio di rimanere feriti, com'è già accaduto in passato, è  reale quanto l'alchimia di emozioni che vi si crea: "Zè tardi ormai, basta, basta, - grida il capo fuochista - senò riva i caramba…" Anche per quest'anno marzo è  stato annunciato. I fuochi hanno arso bene: "Sarà na bona stajon!" risponde la signora Isola intirizzita dal freddo, che ormai ha i giorni contati.

 

 

 

 

I FUOCHI DI MARZO:

UNA LUCE CHE RISCHIARA LA MEMORIA

 

E' una tradizione tanto vecchia, quanto radicata nel cuore delle popolazioni italiche. Non c'è Regione o paese che, con l'avvento della nuova stagione, non si accendano i fuochi rituali. Simbolo di pulizia e rigenerazione sono l'emblema della luce che vince sulle tenebre. Emanano il simbolico calore che farà germinare le sementi, avvolti fino ad allora dal manto gelido dell'inverno che muore.

Come la scopa, i "bujei"  nel Veneto sono le cataste che offrono il potere di rigenerare la casa, di ripulirla dal vecchio di cui ci si disfa; così da rendere nuovo ciò che per un lungo periodo si è usato. Spesso il loro simbolismo ha le forme di un sempreverde che brucia; come in Toscana, dove "Lo bello pomo" è un ginepro che arde, e dalle cui fiamme i contadini traggono auspici  e speranze per il prossimo raccolto. Si brucia anche per necessità, visto ciò che si raccoglie dopo le potature invernali. Si brucia il passato per alimentare il fuoco della speranza, che ha in sé "vitam et mortem". Un concetto antropologico il cui valore affonda il suo valore  nel periodo storico e preistorico. Un tramando antico che sopravvive sotto svariate forme, anche se non più riconosciute. "E' tradizione" dicono i vecchi delle campagne. "E' giusto che si continui a fare.." rispondono sempre meno i giovani. In tanto, nelle città tutto questo si è perso. Il rischio è che la perdita di certe tradizioni, trascini con sé valori e significati a cui l'uomo di ogni tempo è legato indissolubilmente. Perché il ricordo di quel fuoco che anticipa l'equinozio di primavera (21 marzo),  in realtà ci  continua a ricordare che la  Madre Terra è viva, col suo interminabile cerchio della Vita  verso cui dobbiamo rispetto.

Anche conservando la memoria delle tradizioni,  contribuiremo a formare una coscienza solidale, perché come insegna uno dei principi dell'ecologia moderna: "Chi conosce, rispetta. Mentre chi ignora, può continuare a cancellare ."     

 

 

 

 

FOTO E TESTO ANTONIO GREGOLIN

 

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